martedì 25 febbraio 2014

Rachel - Ep. 5

di Daniela Pasiphae Coin

<< Episodio 1

Rachel amava stare sola ma non era vero.
Lei lo diceva in giro, lo diceva anche a se stessa, ma non era affatto vero.
Lei soffriva profondamente di solitudine però allo stesso tempo questa solitudine le serviva per giustificare la sua sofferenza, anche se questa non era dovuta allo star sola.


Il male di vivere di Rachel, come di ognuno di noi, era una qualità innata.
Il saperla definire una qualità era comunque un privilegio di pochi. Lukas, ad esempio, la definiva una qualità, anche se Rachel ancora non sapeva di avere quello strazio dell'anima perché da sempre aveva preferito dare la colpa alle cose, credendo infine che questa sua sofferenza fosse causata dall'esterno, dagli eventi.
La colpa che preferiva dare di più era alla solitudine perché lei, fin da piccola, era sempre stata una bambina molto sola. Cresciuta in una famiglia molto ricca, con cui non parlava da anni, e per di più figlia unica, aveva optato per la sofferenza da solitudine. Un po', sfruttando l'anaffettività dei genitori, le era anche sempre piaciuto ritenersi una ragazza trascurata e poco amata.

Una volta trovato il colpevole della sua sofferenza, aveva passato tutta la vita a sostenere queste tesi, cercando il più possibile di non lasciarsi amare e cercando di essere lasciata sola. Sempre molto stimata, forse più temuta che amata, Rachel era diventata una donna che professionalmente poteva dirsi invidiabile ma che attorno a sé creava il vuoto siderale.

Atterrò a Melbourne a mezzogiorno e si fece subito portare, senza dare alcun preavviso, a casa dei genitori.
I coniugi Gale (Noir era il nome d'arte di Rachel e non il suo vero cognome) erano due signori sulla cinquantina, amanti della natura, che, dopo aver avviato e lanciato un impero nel settore della moda, creando abiti in fibra naturale di alta moda, avevano deciso di ritirarsi in una tenuta fuori Melbourne, gestendo da lì i loro affari e viaggiando comunque molto per controllare e gestire i loro affari nel mondo.

Arrivò alla tenuta che era l'una passata. La villa, immersa nel verde, si presentava fiorente e più accogliente che mai. Ad accoglierli arrivarono i due dobermann di guardia alla casa che Rachel non aveva mai visto. Mancava da casa da anni e in quella villa ci aveva vissuto solo per un paio d'anni.
Non osando scendere dal taxi, si trattenne fino a che non le venne incontro qualcuno.
Arrivò un giovane a cavallo, mal vestito, con l'aria del bracciante. Il cappello, come fosse un cowboy, e il sorriso smagliante di chi non vede l'ora di incontrare qualcuno.
Rachel abbassò il finestrino.
"Buongiorno!"
Il giovale la salutò chiedendole chi fosse.
"Sono la figlia dei signori Gale!" disse in tono sostenuto, pretendendo in quel modo rispetto.
"Io non l'ho mai vista!" disse sprezzante, quasi avesse davanti un'imbrogliona "I signori Gale rientreranno fra una settimana!" Poi cercò di tenere fermo il cavallo che si era agitato dopo che il taxista era sceso dall'auto per fumare una sigaretta, fregandosene dei cani. Appena il cavallo si calmò, riprese "Se è la figlia dei Gale può accomodarsi in casa, troverà Justine ad accoglierla!"
Justine se la ricordava, era la ragazza che i suoi genitori avevano preso come governante. Il marito lavorava in Cina e tornava solo due mesi l'anno e loro tenevano la ragazza quasi come fosse una figlia.

Ignorando i cani, che la seguirono con aria sospetta, si accomodò sotto il portico, davanti alla porta di casa, accompagnata dal taxista che le portava i bagagli. Pagò il gentile signore e suonò il campanello, sempre osservata dai cani che, pensò, non erano un gran ché come cani da guardia.
Le aprì Justine che le saltò subito al collo, felicissima di vederla.
"Da quanto tempo! Ma che fine avevi fatto?"
Rachel si liberò velocemente da quel buonismo quasi fastidioso della cara Justine, spigandole che il lavoro in città era piuttosto impegnativo e che non aveva potuto viaggiare per svago.
"Inoltre, cara Justine, lo sai bene che coi miei non scorre buon sangue! Ma dimmi, come stanno? E quando rientreranno?"
"Sono alla fiera di Berlino, rientreranno la prossima settimana" disse dispiaciuta, come se stesse annunciando la loro dipartita. "Oh ma tu ti puoi fermare, Anzi, insisto!"
Rachel, che adorava quella casa e soprattutto l'averla a disposizione tutta per sé per una settimana, non se lo fece ripetere due volte e si sistemò nella sua camera, svuotando le valige e riponendo tutto il suo guardaroba negli armadi e nei cassetti.
Poi si infilò il costume e si precipitò a fare una nuotata in piscina, seguita da una lunghissima passeggiata a cavallo fino all'ora di cena.

"Si tratterrà molto?" le chiese lo stalliere, mentre Rachel ripuliva il cavallo dopo la passeggiata. Lei non rispose e lo guardò come a chiedergli un minimo di educazione.
"Lasci pure, ci penso io al cavallo!"
Lei gli diede un'altra occhiataccia che aveva l'aria di dire "Da lei non voglio nessun aiuto, mi so arrangiare!" e continuò a strigliare la bestia.
"Io mi chiamo Cristopher" le disse, allungando la mano dopo essersela pulita sui pantaloni.
Rachel allora sorrise e si presentò.
"Mi perdoni per prima" continuò lui "è che non l'avevo mai vista, credevo che questa famosa figlia dei Gale fosse ormai una favola!"
"Le sembrava impossibile" continuò lei "che una figlia mancasse da casa per così tanti anni?"
"Beh un po' sì, ma non sono cose che mi riguardano..."
Rachel gli sorrise.
"La signora Gale non è mia madre" si confessò, con lo stupore del povero Cris che non seppe che dire.
"Non volevo farmi gli affari suoi, signora..."
Rachel rise. "Ma quale signora!? Ma quanti anni hai?"
"Ne ho trentasette, signora!"
"Allora ti prego smettila di chiamarmi signora che sono più giovane di te!"
Cristopher sorrise imbarazzato, la salutò e se ne tornò alla sua depandance.

L'indomani Rachel lo trascorse tra piscina, cavalli e lunghe passeggiate coi cani, che ormai erano diventati suoi amici. Aveva anche appreso che si chiamavano Aiace e Antigone. Deviazioni del padre, amante di Sofocle.
In quanto a Cris, sebbene Rachele cercasse di evitarlo, capitava molto spesso che si incontrassero nelle stalle o per i vialetti della proprietà, o che lei lo vedesse indaffarato a sistemare le bestie, e notava che lui, nonostante la guardasse come se fosse fatta d'oro, cercava di evitarla il più possibile e questo le dava un po' sui nervi, abituata com'era ad avere tutte le attenzioni degli uomini per sé.

All'alba del quinto giorno, Rachel si alzò con una strana sensazione, accese il telefono e le arrivò un messaggio di Lukas.
"Ci vediamo stasera al Four Season, alle 9"
Lì per lì fece per rispondergli ma poi pensò che avrebbe potuto perfino non rispondergli e non presentarsi.
Per un attimo le prese il terrore perché pensò che avrebbe potuto perderlo ma alla fine, per quietare il suo ego, pensò che aveva la scusante che lui non si era fatto più sentire e che, nelle terre sperdute dell'Australia, il telefono poteva non essere raggiungibile.
Optò per fare la vigliacca e non rispose. Provò perfino un sottile piacere nel poter, per cause di forza maggiore, rifiutare un invito simile, al Four Season, ed uscirne perfino pulita.
A Rachel non importava se quello che faceva era corretto, a lei bastava che agli occhi degli altri lo sembrasse.

Quel mattino chiese ed ottenne una cavalcata con Cris, completa di picnic sulla collina e rientro al tramonto.



mercoledì 12 febbraio 2014

Rachel - Ep. 4

di Daniela Pasiphae Coin

<< Episodio 1

Uscirono dal locale.
Prima uscì Rachel lasciando, come al solito, che a saldare il conto fosse Lukas.
Rachel era sempre stata abituata ad uscire con uomini che le offrivano la cena e non si era mai posta il problema se questo fosse giusto, normale, apprezzabile o disdicevole.

"Signorina!" si sentì chiamare da una voce sconosciuta mentre, a pochi passi dal locale, cercava di fare amicizia con un cagnolino nel giardino di una villetta adiacente.
Si voltò, era un cameriere del locale. Gli si avvicinò con fare imbarazzato.
"Mi scusi signora.." la apostrofò il cameriere senza riuscire a guardarla "..dovrebbe cortesemente saldare la sua parte..."
Rachel rimase di stucco. Ci mise qualche secondo per elaborare quella strana richiesta. Poi si sentì estremamente offesa e subito andò su tutte le furie, seppur non dandolo a vedere.
"L'uomo che era con me? Non ha pagato?" domandò stupita.
"Solo la sua parte, signora.." rispose umilmente il ragazzo.
"E si può sapere dove diavolo è?!"
Il ragazzo si guardò intorno.
"L'ho visto uscire dal locale, mi ha detto che l'avrei trovata qui fuori! Non so dove sia andato.."
Rientrarono insieme mentre il povero ragazzo, ricciolino e con qualche lentiggine sulle guance, spiegava a Rachel che non voleva metterla in imbarazzo e che se fosse stato per lui avrebbe chiuso un occhio ma, non essendo il capo, non poteva farlo.

Rachel saldò quei pochi spiccioli della sua cena.
Incredibile, pensò uscendo. Prese subito il telefono dalla borsa per chiamare Lukas e dirgliene quattro e trovò un suo messaggio.
Leggi.
Lukas
Non dare mai nulla per scontato. Ti ricontatterò io.

Se avesse potuto l'avrebbe malmenato, offeso. Aveva ferito il suo ego e quello che la faceva più incazzare era che probabilmente lui si stava anche divertendo.
Pensò di richiamarlo ma il timore superava la rabbia. Rachel temeva e rispettava quell'uomo di cui non sapeva assolutamente nulla e non era sufficientemente forte per prendere in mano la situazione e reagire.
In qualche modo, anche se non voleva ammetterlo, quell'uomo le dava sicurezza. Le faceva compagnia. Le dava un motivo per essere ogni giorno quella che era.

Decise di tornare a piedi. Ci avrebbe messo una buona mezz'ora ma non faceva eccessivamente freddo e le andava di camminare. Percorse a lunghe falcate sui suoi tacchi 12 i viali umidi di ben quattro quartieri.
Di strada pensò a come aveva conosciuto Lukas.

Era uscita una sera a cena, da sola. Rachel non aveva amici, non li aveva mai voluti. Aveva qualche conoscente con cui a volte condivideva qualche serata, poche chiacchiere e per lo più eventi mondani.
Quella sera, desiderosa di stare sola, dopo una giornata trascorsa a litigare con la madre che era passata in città per sbrigare alcune faccende personali, uscì presto e si recò al suo ristorante preferito, a pochi passi da casa. Un posto molto piccolo e riservato ma che a quell'ora era sempre vuoto. Sedette senza badare a nulla che non fosse il menù. Ordinò carpaccio di polpo e patate. In quel locale facevano delle patatine in umido che erano come il burro. Dolci e delicate, con una spolverata di prezzemolo.
Di lì a poco, mentre osservava in agenda i suoi impegni, entrò un uomo, alto e distinto, col segno della barba di un paio di giorni, vestito sobrio. Una giacca in pelle nera, pantaloni scuri, un maglioncino blu, scarponcini neri.
Rachel era una donna molto attraente, abituata a farsi guardare da tutti, quasi infastidita da questo continuo ricevere occhiate e proposte. Ma quel giorno, quell'uomo, si comportò in modo diverso. Entrò nel locale dando una rapida occhiata ma senza soffermarsi su di lei. Fece un cenno al cameriere indicandogli dove si sarebbe seduto e sedette lontano dalla ragazza, da solo.
Rachel prese ad osservarlo incuriosita e senza nemmeno tanto riserbo in quanto lui non guardava lei. Le si era messo di lato e guardava dritto davanti a sé rivolto verso il muro. Nessun telefono in mano. No auricolari. Niente musica. Niente menù. Guardava solo davanti a sé.
Avrà tanto a cui pensare.. convenne Rachel.
Lo osservò per tutta la cena, anche dopo che lei ebbe finito. Ordinò perfino il dolce pur di rimanere nel locale con una scusa.
Lo osservò mangiare un piatto di lasagne e bere del vino rosso. Infine un caffè. Il tutto consumato lentamente, con cura e pazienza. Masticando molto accuratamente, tanto che Rachel si perse in quel movimento di mandibola.
Quell'uomo misterioso, oltre che avere l'ombra della barba ad evidenziargli i contorni del volto, portava i capelli un po' lunghi, senza una direzione precisa. Erano scuri, castano scuro, lucidi, senza l'ombra di un capello bianco. L'altezza era forse intorno al metro e ottantacinque, corporatura normale, buon fisico atletico.
Rachel si interrogò per quasi un'ora sulla possibilità e l'eventuale modalità con cui avrebbe potuto parlargli ma non le venne in mente nulla. Alla fine, arresa, decise di lasciare il suo numero alla figlia del titolare del locale che serviva ai tavoli, pregandola di consegnarlo all'uomo misterioso.
Anziché dargli il suo bigliettino da visita, scrisse il numero su un pezzo di carta. Poi pagò alla cassa e uscì dal locale mantenendo un portamento nobile, controllando con la coda dell'occhio se per caso lui non si voltasse a guardarla ma niente.

Attese 23 giorni prima di ricevere una sua chiamata, tornando nel frattempo di tanto in tanto al locale, domandando alla ragazza se avesse consegnato il biglietto e chiedendosi se per caso non avesse scritto male il numero. Tornò varie volte in quei 23 giorni a pranzo e a cena lì, domandando anche se per caso lui non si fosse fatto rivedere, se l'avessero visto prima di quel giorno, ma sempre senza cavarne notizia alcuna.

Quando la chiamò le disse solo "Ciao Rachel, sono Lukas il ragazzo del ristorante! Vorrei vederti stasera. Ti va bene alle nove al Milk?"
Lei rispose di sì e poi andò all'appuntamento.
Quella sera lui parlò molto poco e lasciò la conversazione in mano a Rachel. Dopo cena la accompagnò a casa, le domandò se poteva salire. La scopò sul divano senza troppi preliminari e se ne andò subito dopo.

Di episodi simili se ne verificarono, nei due mesi successivi, altri cinque, fino a quella sera in cui, come una svolta, invece che andare a casa di lei a cogliere la margherita, Lukas se ne andò e sparì dalla vita di Rachel per quasi due mesi.
Lei non lo cercò, orgogliosa com'era.
E così si convinse in fretta di aver avuto a che fare con uno stupido cafone e, lasciate le redini per tre settimane a José, partì per l'Australia dove abitavano i genitori.


lunedì 10 febbraio 2014

Rachel - Ep. 3

di Daniela Pasiphae Coin

<< Episodio 1
<< Episodio 2

Al Blue Cafè, Rachel ci era stata solo una volta, tanti anni prima. Frequentava un ragazzo di nome Andrea, italiano, muscoloso e non molto intelligente. Parlava male la sua lingua ma a Rachel piaceva perché, nonostante il suo aspetto mascolino, era dolce e la faceva ridere. Non durò molto perché Rachel è sempre stata una donna che, alla fine, non vuole essere davvero felice, serena e spensierata. Vuole avere dei problemi di cui occuparsi, vuole attenzioni. Vuole poter incolpare il mondo della sua infelicità o forse è proprio questo incessante incolpare a causarle tristezza ed insoddisfazione? Poco importa in fondo.

Entrò nel locale allungando un passo deciso, si guardò intorno ma non lo vide. Un secondo più tardi e si sentì sussurrare all'orecchio.
"Buonasera"
Si voltò di scatto. Era in piedi dietro di lei, quasi come l'avesse seguita.
Accennò un sorriso a labbra tese e si lasciò accompagnare a sedere.
Indossava un elegantissimo abito da sera, rigorosamente nero, con qualche inserto in strass Swarovski, disegnato da lei. Uno degli abiti più venduti e uno tra i più costosi. Il trucco, leggero, le esaltava gli occhi e sulle labbra solo un filo di rossetto color Ferrari.
Gli occhi di Rachel erano blu, come il cafè.

"Come stai?" le domandò guardandola attentamente mentre lei, per lenire l'imbarazzo, sfogliava nervosamente il menù.
Senza neanche alzare gli occhi gli rispose. "Molto bene, ti ringrazio!"
Lukas sorrise e prese ad osservare il menù con attenzione.

Rachel ordinò una crepe salata con salmone e formaggio mentre Lukas chiese bistecca e patate al forno. Dopo aver ordinato, Rachel si alzò elegantemente dal tavolo per recarsi alla toilet.
Lukas rimase solo al tavolo. Dapprima osservò la sinuosa figura allontanarsi dal tavolo, poi si guardò le mani e pensò fra sé che aveva davvero delle bellissime mani.
Rachel tornò dopo pochi minuti e provò un eterno imbarazzo nel percorrere la strada che la separava dal tavolo in quanto Lukas la osservò intensamente e non cessò quello sguardo così penetrante nemmeno quando sedette al tavolo.
Gli sorrise. "Perché mi guardi così?" gli domandò.
"Sono attento a te" rispose. "Magari sei abituata a frequentare persone che quando sono con te guardano il telefono o l'agenda, o che, invece di guardarti negli occhi, guardano dietro di te. O magari ti guardano la bocca mentre parli e pensano a cosa potrebbero dire per riportare l'attenzione su di sé e cercano abilmente di trovare il momento opportuno per intervenire nella tua conversazione ma senza sembrare che ti abbiano interrotta!"
Rachel pensò a José. Lui si comportava così con lei. Non era attento. Non era con lei.

"Sai Rachel" continuò "quasi tutte le persone che incontri fingono di interessarsi a te, ti chiedono come stai, ti fanno mille complimenti, ti sorridono, ti chiedono di uscire, ma a nessuna di queste persone interessa minimamente chi sei e come stai. A tutti interessa cosa puoi fare o essere tu per loro. Come puoi essere utile al loro ego, come puoi farli sentire meglio con la tua approvazione, con un tuo sorriso o con la tua compagnia."
A Rachel si spense la luce negli occhi, quella che la faceva sembrare a capo del mondo. Assunse un'aria spaventata, lo sguardo perso nel vuoto, forse ad immaginare tutte le volte in cui aveva creduto di essere importante per qualcuno, amata ed apprezzata, mentre in realtà faceva solo parte di un piano egoistico di qualcuno che aveva bisogno di sentirsi meglio.
"Siamo tutti profondamente soli, Rachel. Tu la senti la solitudine?"
Rachel tornò a guardare Lukas con aria attenta. Poi annuì.
"E la ritieni una cosa brutta?"
Rachel ci pensò, guardò in alto a destra e poi rispose.
"Penso di sì".
Lukas sorrise guardando dietro i capelli neri della ragazza. Il cameriere stava arrivando con le loro portate.
Mentre serviva al tavolo, lui continuò.
"Siamo tutti infinitamente soli. Non c'è alternativa alla solitudine. Prima lo si comprende e meglio si sta."
Prese il tovagliolo, lo dispiegò e se lo adagiò con cura sulle cosce. Lo stesso fece Rachel.
"Tutte le persone che vedi, te compresa, passano la vita a distrarsi. Farebbero qualunque cosa pur di non stare da soli con la loro solitudine. Ascoltarla. Sentirla. Capirla. E, infine, accettarla come parte dell'esistenza. La sola comprensione di questo fenomeno farebbe cessare la paura che si ha di esso, farebbe cessare l'insicurezza, la ricerca di protezione, e la violenza che attuiamo in ogni momento per cercare di possedere qualcosa che ci possa riempire."
Rachel tagliò la sua crepe e ne mangiò un boccone.
Lukas comprese che forse Rachel non era ancora pronta per quel discorso così cessò di predicare e, affondata la forchetta nella carne, ne tagliò un boccone ed iniziò la sua cena in silenzio.


lunedì 3 febbraio 2014

Rachel - Ep. 2

di Daniela Pasiphae Coin


<< Episodio 1

Si alzò, Rachel, a fatica. Dormiva sempre male da ormai qualche mese.
Quando si trovò in cucina, per poco non rischiò di cadere, scivolando goffamente sul pavimento bagnato.

Marica, sua falsa amica e donna delle pulizie, stava appunto lavando il pavimento e, senza nemmeno tanto dispiacersi per il quasi causato incidente, tornò alle sue faccende sussurrando un mezzo ciao all'amica nuda nella vestaglia in seta bianca dai motivi orientali. Non appena Rachel girò l'angolo e si infilò nel bagno, aggiunse urlando "C'è il caffè!", poi attese senza udire risposta alcuna ed infine aggiunse, sempre urlando: "...e anche i krapfen!", ma dal bagno ancora nulla.

Rachel iniziò la sua quotidiana preparazione per farsi amare che consisteva in una calda doccia di mezz'ora condita di svariati shampoo e balsamo per dei capelli da favola, creme e cremine profumate post doccia, asciugatura capelli e piega alla Valentina di Crepax. E ancora svariati minuti per il trucco, mascara, matita nera e phard, con un velo di rossetto color Ferrari.

Rachel vestiva sempre e solo di nero. Sembrava uscita da Matrix.
Abiti succinti e provocanti, stivali alti, lunghi cappotti. Lo sguardo vuoto di chi ha perduto qualcosa.

Quando finalmente, dopo più di un'ora, ricomparve in cucina, Marica era già uscita per la spesa.
"Brutta bastarda" pensò "non mi ha nemmeno chiesto cosa doveva prendere!"
Infilò la mano nella borsetta, nera, e ne trasse il telefono. Scrisse: assorbenti, gelati al cioccolato bianco, fiori, e il resto che sai. Inviò. Ributtò il telefono nella borsa, ma lo riprese all'istante notando un messaggio proprio dall'uomo della sera prima.

Lukas. Leggi. "Domani alle 21 al Café Blu"
Si era promessa, per l'ennesima volta, di non accettare i suoi inviti. Ma succedeva sempre la stessa cosa ormai da un mese. Lui le mandava un sms col luogo e l'orario di dove si sarebbero incontrati, mangiavano o bevevano qualcosa trascinando una conversazione minimale quasi come fossero una coppia che ha appena litigato, poi lui andava da lei, facevano sesso, si rivestiva e se ne andava.
Non la chiamava mai, non le chiedeva mai come stava, non era mai gentile come le usanze vorrebbero e non faceva mai l'amore con lei. Eppure la voleva vedere due volte a settimana ormai da due mesi.

Come al solito non gli rispose e come al solito decise che stavolta non avrebbe ceduto.

Quel mattino fece il giro usuale delle sue tre boutique in centro, invitò a pranzo José, il responsabile del suo più grande negozio e si concesse il lusso di essere la donna più desiderata della città.

José, elegantissimo messicano trentenne, da cinque anni direttore della boutique "Luxury Noir" di proprietà di Rachel Noir, aveva lunghissimi capelli neri raccolti in minuscole treccine afro, il colorito olivastro, ed era uno degli uomini più sexy che Rachel avesse mai conosciuto. Ciò nonostante tra loro non c'era mai stato alcun contatto fisico. Si divertivano così, a flirtare e a provocarsi in modo implicito ma senza andare oltre.

Quel giorno però Rachel avvertì una fortissima spinta che quasi la obbligava ad avere un contatto con lui. Non era desiderio sessuale ma solo.. voglia di un abbraccio e di qualcuno su cui contare.

Improvvisamente si rese conto che la sola persona che avrebbe potuto esserle amica era José che in realtà, con ogni probabilità, le era amico solo nella speranza di finire prima o poi a letto con lei, suo capo.
Questo la riempì di profonda tristezza e per alcuni minuti seguitò ad infilarsi in bocca patatine fritte, meccanicamente, una dopo l'altra, con lo sguardo completamente perso nel vuoto, seduta di fronte all'uomo con le treccine, elegantemente di nero vestito, che controllava le sue email sul tablet.
Lui non si accorse di nulla. Rachel ritornò in sé nel giro di pochi istanti e riprese la sua normale attività di pensiero che consisteva nel chiedersi cosa fare tutto il giorno per impiegare il tempo.
Sì ma impiegare il tempo in attesa di cosa?

Lei credeva di stare attendendo l'indomani sera per non andare all'appuntamento ma in realtà continuava a pensare a come si sarebbe vestita. Era come se la sua ragionevolezza le dicesse di non andare e il suo inconscio volesse così tanto rivedere quell'uomo da bombardarle la mente con paranoie femminili su abiti, trucco, e frasi convenzionali da dire.

Passò la giornata girovagando in centro senza meta. Cercava qualcosa ma non sapeva cosa.
Acquistò un runner per il tavolo del soggiorno in bamboo con inserti in seta, si rifece le unghie, due ore al centro benessere fra sauna e massaggi, un sacchetto pieno di viveri al takeaway cinese da consumare a casa, a gambe incrociate sul divano, guardando Robin Hood con Russel Crowe.

Marica le aveva riempito il frigo ma lei preferiva la comodità. Non le piaceva cucinare.
Prima di andare a letto lasciò un biglietto a Marica con le indicazioni per l'indomani, chiedendole di preparare il pranzo a suo piacimento con quello che c'era nel frigo.

Si stese a letto e cercò di chiedersi se era felice ma non fece in tempo. Il sonno sopraggiunse nel momento in cui provò a darsi una risposta.



sabato 18 gennaio 2014

Rachel - Ep. 1

di Daniela Pasiphae Coin



"Che cosa vuoi da me?" chiese lui.
"Vorrei che tu mi amassi.." rispose lei, mordendosi il labbro inferiore, quasi prevedesse la reazione dell'uomo che aveva davanti.
"Non accadrà" rispose lui, rivestendosi. Si infilava i calzini di lana, tenendo stretta fra le labbra una sigaretta, senza curarsi della richiesta di lei, fatta qualche secondo prima, di non fumare dentro casa sua.

"E quindi" attaccò lei con voce grave e tremante "scommetto che nemmeno mi chiamerai, non è vero?"
Ma lui non rispose. Finiva di indossare il calzino sinistro, chiedendosi a voce alta "Chissà perché si inizia sempre dal destro, ma siamo così condizionati?"
La ragazza, sbigottita, domandò "Come hai detto?"
E lui si mise a ridacchiare fra sé, scatenando nella fanciulla ogni tipo di fastidio ed ira.
"Allora dillo che non te ne fotte un cazzo di me!" urlò quindi.
La voce del suo amante, calda e pacata, rispose con aria innocente "Perché mai dovrei dirti una cosa simile?"
Lei non sapeva davvero cos'altro dire, perciò non disse nulla.
"Me ne frega di te" riattaccò lui "molto più di quanto freghi a te stessa di te!"

Infilò il cappotto, afferrò la maniglia, le sorrise ed uscì.

Rachel strinse i denti e decise che non avrebbe versato una sola lacrima. Non ne valeva la pena.
Decise anche che lui era un idiota, un egoista, un insensibile, uno sfruttatore, e decise anche, per l'ennesima volta, che non l'avrebbe mai più chiamato. Anche stavolta, come le altre, era davvero la sua decisione definitiva.


giovedì 10 ottobre 2013

Stanza 101 (6 episodi)

di Daniela Pasiphae






30 Settembre 2013

IV° GIORNO



Nella stanza 101 i primi tre giorni non sapevo di esserci dentro

Nella mia stanza 101 non ci sono topi.

Ci sono stata e ci vado spesso.


La mia stanza 101 è vuota.

E’ una cella di isolamento dove so che ci sono entrata da sola.

Una cella di isolamento da dove so che posso uscire quando voglio.

Una cella di isolamento da cui provo a uscire, ma poi non esco.

Una cella di isolamento da cui non voglio uscire.

Una cella di isolamento che, per quanto vuota, so com’è fatta.


Ve la descrivo.



Nella stanza 101 non c’è nulla.

Nella stanza 101 ci sono cose che non voglio.


Nessuna sicurezza, nessun conforto.

Nessuna carezza, nessun gesto d’affetto.

Nessun pericolo. Non c’è morte a meno che non la voglia io.

Non c’è nessuno che mi fa del male a parte me stessa.

Nella stanza 101 è pieno di gente,

ma io non la vedo.


Nella stanza 101 faccio quello che voglio.

Non faccio quello che le persone vogliono che io faccia.

Finalmente, nella stanza 101, soffro.


Sì, soffro tantissimo. Tanto.

Nella stanza 101 decido di soffrire e soffro.

Nella stanza 101 nessuno mi può dire che non posso soffrire.


L’ho deciso io. Non l’hanno deciso gli altri.


Nella stanza 101 faccio quella cosa che non ho mai fatto.

Fuori dalla stanza 101 ero un’altra cosa,

una persona che piaceva a quasi tutti.

Fuori dalla stanza 101 facevo quello che non volevo.


Facevo la brava persona. Facevo quella che era felice.

Ma nella stanza 101 faccio quello che voglio.



Nella stanza 101 mi vogliono tutti bene,

ma nella stanza 101, non ditelo a nessuno,

nella stanza 101 io posso odiare.



Nella mia stanza 101

lasciatemi soffrire.





01 Ottobre 2013
V° GIORNO



Nella stanza 101 più fai luce e più è buio.


Nella stanza 101 oggi abbiamo delle cose da dire,


ma non le vogliamo dire.


Nella stanza 101 ci moltiplichiamo,


parliamo in terza persona.


Nella stanza 101 non vogliamo colpe.






Nella stanza 101 non si mangia da giorni,


così si soffre meglio e sembra più reale.






Nella stanza 101 è difficile confessare le proprie colpe,


è difficile farlo in prima persona. Ma ci provo.






Nella stanza 101 mi accorgo delle cose malsane.


Nella stanza 101, prima di uscirne, devo accorgermi


che ci sono entrata io e che ci voglio rimanere.






Vi spiego.




Nella stanza 101 desidero che le persone che dico di amare


soffrano. Non mi rincuora la loro sofferenza,


c’è di più, sono molto più furba di così.


Nella stanza 101 la gente che soffre poi, forse, viene da me.


Qui dentro, se sfrutto la dipendenza e il bisogno altrui,


poi desidero che questa loro sofferenza permanga.


Nella stanza 101 possono entrare solo persone dipendenti da me


così non se ne possono andare.


Nella stanza 101, se se ne vanno, soffro le mie paure.


Abbandono, inadeguatezza, convinzione ferma di:


non meritare amore


essere sbagliata


essere indegna.






Nella stanza 101 vedo un papà che saluta figlia e moglie,


le lascia scorrere verso la scuola e il lavoro,


fa ciao con la manina, sorride felice,


rientra in casa e chiama l’amante.






Nella stanza 101 vedo quello che sono,


una persona senza niente al mondo


che cerca redenzione uccidendo intorno.






Nella stanza 101, se guardo proprio bene,


rischio che poi io ne esca.


E non mi va.






Nella stanza 101 non mi va proprio di dirvelo,



perché in realtà non ci credo nemmeno,



che uso le persone e quindi che non so amare,



che non so ricevere,



ma solo comprare e vendere.




Nella stanza 101 ve lo posso dire:



sto qui dentro perché devo dimostrare a tutti che esiste l’amore vero,



quello del principe azzurro, quello della gente che muore per amore.



Sto qui dentro perché non mi va proprio giù che l’amore sia un’altra cosa.



Nella stanza 101, se ti amo, io mi annullo e ti do tutto e tu,



nella stanza 101, devi fare lo stesso. Devi essere dipendente.



Nella stanza 101, se vuoi stare qui dentro con me,



se vuoi fare l’amore con me, devi darmi il peso dei tuoi problemi.



In cambio di questo, e di sesso e abbracci, io ti do i miei problemi



e mi faccio carico dei tuoi, ma solo perché non mi abbandoni.



Nella stanza 101 c’è condivisione



nell’atto di rovesciare problemi nel vuoto dell’altro.





Nella stanza 101, se per caso stai un po’ bene e mi abbandoni,



io desidero che tu stia male e che torni da me.





Sono dentro questa stanza, qui dentro funziona così.





Ah ma con chi sto parlando? Te ne sei andato,



non giochi più? Sei sicuro che non vuoi?




Sei uscito o hai solo cambiato stanza?










02 Ottobre 2013

VI° GIORNO







Oggi, nella stanza 101, si è incazzati.


Tanto.


Vi piace essere incazzati? No, vero?


Se siete incazzati, fuori dalla stanza 101, le persone non vi vogliono bene.


Se siete cattivi, se mostrate quello che siete,


avete paura che nessuno vi voglia. Non è così?






Allora vi insegno come fare, se volete.


Nella stanza 101, se volete potete.






Non potete perdonare se prima non ammettete di essere arrabbiati.


Non potete arrabbiarvi se non accettate di essere delle brutte persone.


Non potete essere delle brutte persone se non accettate di restare soli con voi stessi.





Io sono una brutta persona.


Mentre lo dico non ci credo perché ho un ego da difendere


però controllo, guardo i fatti, cosa penso e faccio ogni giorno.


Faccio del male intorno e in primis a me.






Giudico. Me e tutti quanti, quindi, facciamo questo gioco.


Facciamolo fino in fondo.






La vita è ingiusta.


Io sono una brava persona


gli altri sono cattivi.


Tutti sono opportunisti


io no.


Tutti non mi amano


io sì.


Quella cosa è sbagliata


io l’avrei fatta meglio.






Dalla stanza 101 cerco di uscire perché non mi piace qui.


Ma cerco una stanza uguale alla 101.


Cambio l’arredo, ma cerco sempre una stanza.


L’arredo lo immagino io, la stanza 101 è vuota!









06 Ottobre 2013

X° GIORNO






Nella stanza 101 oggi è entrato Dio, mi ha teso la mano


io l’ho guardata e, nella stanza 101, ho rinunciato.






Nella stanza 101 ho scelto di soffrire ancora.


Sebbene la strada per la gioia sia più semplice di quanto io creda


(almeno così dicono) ho scelto di camminare ancora nella 101.






Nella stanza 101 l’Angelo di Dio mi ha indicato la Via.


Nella stanza 101 ho guardato l’Angelo di Dio e l’ho giudicato.


Nella stanza 101 l’Angelo di Dio è un mostro approfittatore,


non è vestito di bianco, non è candido e puro.


Nella stanza 101 gli angeli di Dio sono esseri umani,


persone come me che compiono atti orribili da giudicare.


Nella stanza 101 l’Angelo di Dio mi chiede di fare cose che non voglio,


l’Angelo di Dio dice che vinceremo le paure, che


combatteremo il Drago. Nella stanza 101 c’è un Drago.







Il Drago della stanza 101 è sempre stato mio amico.


Io sto nella stanza 101 perché c’è lui da accudire.






Nella stanza 101 c’è un gran da fare.


C’è da costruire cinta murarie e torrette. Non ci sono eserciti,


ma tanti, tantissimi, livelli di cinta da costruire,


da riparare, da non lasciar sgretolare.


Fuori ci sono tante cose. Fuori dalle mura, fuori dalla stanza 101,


c’è qualcosa che non conosco. Ho Paura!


Fuori dalla stanza 101 forse c’è qualcosa che può farmi del male.


Forse potrei morire. Allora resto nella stanza 101.


Qui, nella mia stanza 101, sono sola.


Così sola che a volte vorrei smettere di esistere.


Ma non posso far entrare nessuno perché forse,


se entra qualcuno nella stanza 101, poi forse,


nella stanza 101, mi faranno del male.


Nella stanza 101 è meglio crepare di solitudine


piuttosto che rischiare che qualcuno entri.


Qualcuno di cui ho paura, anche se non lo conosco.


Qualcuno che, nella stanza 101, forse può uccidermi.


Nella stanza 101 abbiamo un labirinto di mura e a loro difesa


un invisibile esercito di orgoglio e vanità.


Un invisibile esercito che mi protegge da ogni razzia.






Non toccatemi, mi date fastidio.


Non siate felici, cercherò la vostra tristezza.






Non amatemi, io vi odio.






Nella stanza 101, nel momento in cui vi entrate,


nella stanza 101 siete ladri, bugiardi, approfittatori,


nella stanza 101 da dieci giorni non entrano nemmeno gli anatroccoli.


Nella stanza 101 prima entravano i cuccioli indifesi.


Da dieci giorni, nella stanza 101,


dopo che un cucciolo mi ha staccato il cuore a morsi,


non entra più nessuno, abbiamo triplicato le mura.






Nella stanza 101, se vuoi avvicinarti, non puoi.


Nella stanza 101 non potevi già prima,


se vuoi una parte di me, nella stanza 101,


avrai solo quella fintissima recita.






Nella stanza 101 mandatemi una persona che provi ad amarmi.


Fuori dalla stanza 101 ritroverete un cadavere dissanguato.










07 Ottobre 2013

XI° GIORNO



Cosa succede quando ti accorgi che il tuo sistema di valutazione che applichi sulle persone e sul mondo è fallimentare?






Nella stanza 101 puoi non pensarci e continuare a dare la colpa fuori.


Puoi guardare gli altri e dire che sono brutti, che hanno sbagliato,


nella stanza 101 puoi dire che tutto dipende da te se hai letto qualche libro


o se qualche guru ti ha detto che Tu crei la tua realtà


Ma nella stanza 101 io continuo a dare la colpa a te


dicendo che è colpa mia e che potevo fare diversamente.






Hai capito? Qui, nella stanza 101, si dicono cose,


cose che sono una l’opposto dell’altra


e si crea sofferenza nel tentativo di giustificarle entrambe!







Nella stanza 101: fuori tutti!


Non mi fido che di me stessa!


No aspetta, cosa dico, non mi fido neanche di me!


Allora, aspettate un attimo, rientrate, mi occorre qualcosa,


nella stanza 101 mi servono verità, punti di riferimento,


nella stanza 101 creo distrazioni, aiutatemi!






Nella stanza 101 ci ero entrata pensando di guardarmi in faccia,


ma non ci sono specchi che riflettano qualcosa che mi piace.


Nella stanza 101 si riflettono solo menzogne, bugie, mostri apocalittici.


Nella stanza 101, fatemi guardare bene, così posso valutare.






Nella stanza 101


posso applicare il mio sistema di conoscenza del bene e del male.


Allora diciamolo! Nella stanza 101 esiste il bene e il male.


Nella stanza 101 ci sono cose belle e brutte e chi traccia la linea di confine?






E’ TUTTA COLPA VOSTRA!


Nella stanza 101 qualcuno sta di qua della linea del male,


qualcuno sta di là. Tu ieri eri qui con me e oggi sei il nemico.


O forse lo sei sempre stato.






La principale attività, qui dentro, è quella di stabilire cosa sia giusto e cosa no.


O giocate a questo gioco o siete delle persone cattive.


Anzi, nella stanza 101, se entri per dirmi che non esiste il bene e il male,


se entri qui dentro per dirmi che è solo mente, che è solo pensiero,


se lo fai, qui, nella MIA stanza 101, io cerco di farti giudicare.


Vieni ti insegno, è facile. Tutti ti fanno del male, prova. Vedrai, vedrai anche tu.


Nella stanza 101, se hai voglia di guardare, non puoi che vedere il male.


Nella stanza 101 vedi il male e non lo vuoi. Vedi il bene e non lo vuoi.






Si passano interminabili anni nel tentativo di far combaciare il pensiero.


Fare questa attività è utile in quanto si riesce a non guardare sé stessi.


Quando, nella stanza 101, impiego tutto il tempo per giudicare,


per pensare a cosa è bene e cosa è male,


nella stanza 101 posso concedermi anche il lusso di non guardare.






I mostri infernali, decapitati uno dopo l’altro,


addobbano le pareti della stanza 101.


Ogni testa è caduta per permettere alla mia di sopravvivere.


Ogni cadavere dissanguato si è donato in nome della finzione.






Nella stanza 101 è pieno di trappole.


Ognuna di queste ha uno scopo preciso.


Qui dentro, quanto più sono cattivi gli altri,


tanto più sono buona io.


Nella stanza 101 se muori tu, vivo io.







09 Ottobre 2013

XIII° GIORNO



Questi due giorni nella stanza 101


abbiamo giocato a chi ha ragione e chi ha torto.



Nella stanza 101 le cose sono tutte scollegate,


si può ascoltare una persona senza ascoltarla,


si può baciare un uomo senza senza sentire le sue labbra,


si credere di poter scegliere di pensare ma si rimane di fatto scollegati.



Nella stanza 101 non decido mai io (io chi?)


Nella stanza 101 decide chi c’è in quel momento.


Nella stanza 101 ci sono sempre due mostri:


uno vive nella pancia e l’altro sopra la testa e intorno al collo.



Vi racconto come sono fatti, magari li conoscete.



Il mostro che abita nella pancia di solito dorme.


Disturba poco, si sveglia solo in alcuni periodi.


Si sveglia solo quando il mostro che vive sulla testa si agita tanto.


Quando si sveglia, non fa altro che dimenarsi tutto il giorno.


Sembra a volte che mi stia mangiando l’addome,


che si stia ingrassando. Che si stia dimenando.


Questo mostro si agita e si nutre di paure.


Solo queste possono dargli sufficiente energia per muoversi.


Quando si muove, si contorce e grida,


a volte manca il fiato. A volte


quasi non si riesce a mangiare, a dormire,


a sorridere.



L’altro mostro vive sulla mia testa, intorno al collo e sulle spalle.


Si sposta, ma è sempre lì.


E’ pesante e parla in continuazione.


Mi dice le cose che devo fare, mi dà sempre tanti consigli.


Mi dice i perché di qualsiasi cosa, sa sempre gestire la situazione.


Ha tutto sotto controllo, è affidabile. Tenerlo con me è rassicurante.


Non è facile camminare con tutto quel peso sulle spalle,


pesa davvero tanto tanto. Però ne vale la pena.


Ogni posto in cui vai, ogni cosa che fai, è prevista. Lui la sa.


La conosce. La sapeva prima e sapeva cos’era, com’era fatta,


il peso da darle. Tutto. Mi dice di chi e cosa mi devo fidare.


Sì beh tante volte non mi fa fare delle cose che mi piacerebbero,


però è utile. Magari quelle cose mi avrebbero fatto male!


Il mostro che mi vive sulla testa non vuole che io muoia.


E poi sa un sacco di cose, sarà per questo che pesa così tanto!


Non riesco mai a correre, a saltare e a giocare,


perché è davvero troppo pesante.


Tutto questo sapere pesa tantissimo.


Però vuoi mettere quanto si sta più al sicuro quando si sanno tutte le cose?



Come dici? Se sbaglia mai?


Beh, …..ovviamente no!




mercoledì 9 ottobre 2013

LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA

di Edgar Allan Poe


La Morte rossa aveva per parecchio tempo devastato la regione. Non si vide mai peste così fatale e orribile. Il suo emblema era il sangue — il rossore e l’orridezza del sangue. Cominciava coi dolori acuti, una vertigine improvvisa e poi uno stillazione abbondante attraverso ai pori, la dissoluzione dell’organismo. Delle macchie rosse sul corpo e specialmente sul viso della vittima, la mettevano al bando dell’umanità e le precludevano ogni soccorso a ogni simpatia.

Il contagio, il progredire, i risultati della malattia erano questione di una mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice e intrepido e sagace. Quando i suoi domini furono per metà spopolati, convocò un migliaio di amici vigorosi e di umore gaio, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte e con essi fece di una delle sue abbazie fortificate un ritiro profondo. Era un vasto e magnifico edilizio, una creazione del principe, di un gusto eccentrico eppure grandioso. Un muro spesso e alto gli faceva cintura.
Questo muro aveva delle porte di ferro. I cavalieri una volta entrati, con bracieri e solidi martelli saldarono i catenacci. Risolvettero di barricarsi contro le subitanee irruzioni della disperazione esterna e di chiudere ogni sbocco agli accessi interni.
L’abbazia fu abbondantemente approvvigionata. Grazie a queste precauzioni i cortigiani potevano sfidare il contagio. Al di fuori il mondo si aggiusterebbe come potrebbe. Intanto sarebbe stata una pazzia affliggersi e darsi pensiero. Il principe aveva pensato a tutti i mezzi del piacere. C’erano dei buffoni, degl’improvvisatori, dei ballerini, dei musicisti, il bello sotto tutte le forme e il vino. Dentro dunque, tutte queste belle cose e la sicurezza. Di fuori la Morte rossa.
Verso la fine del quinto o sesto mese mentre il flagello infieriva fuori più rabbiosamente che mai, il principe Prospero regalò i suoi mille amici di un ballo mascherato di una magnificenza rara.
Che quadro voluttuoso quella mascherata! Ma dapprima lasciate che vi descriva le sale nelle quali ebbe luogo. Ce n’erano sette: una sfilata imperiale In molti palazzi questa serie di sale formano una lunga prospettiva in linea diretta quando i battenti delle porte sono spalancati e accostati al muro da ogni parte, di modo che lo sguardo si spinge sino in fondo senza ostacolo. Qui la cosa era molto differente come c’era da aspettarsi dal gusto vivissimo del bizzarro che aveva il duca. Le sale eran disposte così irregolarmente che l’occhio non poteva abbracciarne più d’una alla volta. Uno spazio dai venti ai trenta yards e poi una brusca svoltata e ad ogni gomito un nuovo aspetto. A destra e a sinistra in mezzo al muro una finestra gotica alta e stretta dava su un corridoio chiuso che seguiva le sinuosità dell’appartamento. Ogni finestra aveva dei cristalli di colore in armonia col tono dominante nella decorazione della sala. Quella elle occupava la estremità orientale, per esempio, era parata di azzurro — e le finestre erano di un azzurro profondo. La seconda stanza era ornata e parata di rosso e i vetri eran pure rossi. La terza tutta verde come verdi le finestre. La quarta decorata in arancione era illuminata da una finestra arancione; la quinta bianca, la sesta violetta, la settima sala era sepolta letteralmente sotto dei panneggiamenti di velluto nero che coprivano il soffitto e i muri, e ricadevano in pieghe pesanti su un tappeto della stessa stoffa e dello stesso colore. Ma in questa camera solamente il colore delle finestre non corrispondeva alla decorazione. I vetri erano scarlatti, di un intenso color sanguigno.
Ora in nessuna delle sette sale a traverso gli ornamenti d’oro sparpagliati qua e là a profusione o sospesi al soffitto non si vedevano né lumi né candelabri. Né lampade né candele; nessuna luce di questo genere in quella lunga sfilata di stanze. Ma nei corridoi che le recingevano proprio in faccia ad ogni finestra, era piantato un enorme treppié con un braciere ardente che proiettava la sua luce attraverso ai vetri di colore e illuminava sfolgorantemente la sala. Così si produceva una moltitudine di aspetti fantastici e mutevoli. Ma nella camera di ponente, la camera nera, la luce del braciere che si spandeva sotto le tende nere a traverso ai vetri sanguigni era spaventevolmente sinistra e dava alla fisionomia degl’imprudenti che vi entravano un aspetto talmente strano che pochi fra i ballerini si sentivano il coraggio di mettere i piedi in quel magico ridotto.
In questa sala pure, addossato al muro di ponente si ergeva un gigantesco orologio d’ebano. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac sordo, pesante, monotono; e quando la lancetta dei minuti aveva fatto il giro della mostra e l’ora stava per suonare, dai polmoni di bronzo del meccanismo sorgeva un suono chiaro, squillante, profondo e straordinariamente musicale; una nota così speciale e di una tal forza che i musicanti dell’orchestra eran costretti a interrompere un momento i loro accordi per stare a sentire la musica dell’ora; i ballerini allora smettevano necessariamente le loro evoluzioni; e finché vibrava la suoneria si poteva vedere i più matti diventar pallidi, e i più anziani e calmi passarsi la mano sulla fronte come in una meditazione o nel delirio di un sogno. Ma quando anche l’eco si era dileguata, una lieve ilarità circolava in tutta l’ assemblea; i musicanti si guardavano fra loro sorridendo della loro impressione e della loro sciocchezza e si giuravano sotto voce gli un gli altri che non proverebbero la stessa emozione al prossimo batter delle ore; e poi, scorsi che erano i sessanta minuti che comprendono i tre mila seicento secondi dell’ora, il fatale orologio suonava nuovamente ed era lo stesso turbamento, lo stesso brivido, le stesse meditazioni.
Ma nonostante ciò era una gaia e magnifica orgia. Il gusto del duca era del tutto speciale. Aveva l’ occhio sicuro per i colori e per gli effetti. Egli disprezzava ildecorunz della moda; i suoi progetti eran temerari e selvaggi, le sue concezioni avevano uno splendore barbaro. Qualcuno l’avrebbe giudicato pazzo. I suoi cortigiani sapevan bene che non era tale; ma bisognava sentirlo, vederlo, toccarlo per esserne sicuri.
In occasione di quella festa aveva presieduto lui in gran parte alla scelta dei mobili nei sette salotti e lo stile delle maschere era stato osservato secondo il suo gusto. Erano certo delle invenzioni grottesche. Era abbagliante, sfavillante — c’era anche del piccante e del fantastico — molto di ciò che poi abbiamo veduto in Ernani. C’ erano delle faccie arabe, ornate in una maniera assurda; invenzioni mostruose e pazze; c’era del bello, del licenzioso e del bizzarro in quantità; dell’orrido, ma poco; e cose ributtanti a volontà. A dirla in breve era come una folla di sogni che si pavoneggiassero qua e là per le sette stanze. E questi sogni si contorcevano in tutti i sensi, prendendo il colore delle stanze; si sarebbe detto che eseguissero della musica camminando, e che le arie strane dell’orchestra fossero un’eco dei loro nasi.
Di tanto in tanto si sente suonare l’orologio di ebano nella stanza dei velluti. E allora per un momento tutto si ferma e tace, eccetto il suono dell’orologio. I sogni sono irrigiditi, paralizzati nelle loro posizioni. Ma l’ eco della soneria si dilegua — non dura che un istante — e appena cessato un’ilarità leggera e mal contenuta circola dappertutto. E la musica respira di nuovo e i sogni rivivono e si contorcono qua e là più allegramente che mai, riflettendo il colore delle finestre per le quali passano a torrenti i raggi dei treppiedi.
Ma nella camera che è laggiù a ponente ora nessuna maschera ha l’ ardore di avventurarcisi; perché la notte è avanzata e una luce più rossa affluisce traverso ai vetri color sangue e il nero dei drappi funebri è spaventoso e allo spensierato che metta i piedi sul funebre tappeto, l’orologio d’ebano manda un suono più pesante, più solennemente energico che quello da cui son colpiti gli orecchi delle maschere che turbinano nella lontana noncuranza delle altre sale.
Quanto alle altre stanze quelle formicolavano di persone e il cuore della vita vi batteva febbrilmente. La festa tumultuava sempre quando finalmente l’ orologio diede il suono della mezzanotte. Allora la musica cessò; la danza fu sospesa e per tutto si fece, come prima un’immobilità ansiosa. Ma la suoneria dell’orologio questa volta aveva dodici colpi da battere; perciò è probabile che s’insinuasse un pensiero più lungo nella meditazione di quelli che in mezzo a quella folla festosa erano già pensosi. Per questo forse avvenne anche che molte persone di quell’ accolta prima che l’ultima eco dell’ultimo colpo fosse profondata nel silenzio avevano avuto il tempo di accorgersi della presenza di una maschera che fino allora non aveva punto attratto l’ attenzione. E la nuova di questa intrusione si era tosto sparsa con un bisbiglio all’intorno, poi con un brusio di tutta l’ assemblea ed un mormorare significativo di meraviglia, di disapprovazione e quindi di terrore, di disgusto.
In una riunione di fantasime quale l’ ho descritta ci voleva certo un’ apparizione straordinaria per produrre un tale effetto. La licenza carnevalesca di quella notte era, è vero, quasi senza limiti; ma il personaggio suddetto aveva oltrepassato la stravaganza di un Erode e superati i limiti — pure larghissimi — della convenienza imposta dal principe. Ci sono nel cuore dei più spensierati delle corde che non possono esser toccate senza produrre emozione. Anche nei più pervertiti, in quelli che tengono come un gioco la vita e la morte, ci sono delle cose colle quali non si può scherzare. Tutta l’assemblea parve sentire profondamente il cattivo gusto e la sconvenienza della condotta e del travestimento dello straniero. Il personaggio era alto e scarno, avvolto dalla testa ai piedi in un sudario. La maschera che celava il viso rappresentava così bene la rigidità della fisionomia di un cadavere che la più minuziosa analisi difficilmente avrebbe scoperto l’inganno. Eppure tutti quei pazzi gai avrebbero forse sopportato se non approvato quel brutto scherzo. Ma la maschera era arrivata fino a prendere il tipo della Morte rossa. Il vestito era chiazzato di sangue e la sua larga fronte come del resto tutta la faccia erano cospersi di quel terribile color scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero si posarono su quella figura di spettro — il quale con un mover lento, solenne, affettato, girava qua e là fra i ballerini— esso fu visto dapprima sconvolgersi in un brivido violento di paura o di ripugnanza; ma subito dopo la fronte gli s’ infiammò di rabbia.
— Chi osa, — domandò con voce roca ai cortigiani ritti intorno a lui — chi osa insultarci così con questo scherno che pare bestemmia ? Impadronitevi di lui e toglieteli la maschera, che sapremo chi dovremo appiccare ai merli della torre, al levar del sole. —
Quando il principe Prospero pronunziò queste parole era nella camera Est, o azzurra. La sua voce rimbombò forte e chiara a traverso le sette stanze, perché il principe era un uomo imperioso e robusto, e la musica ad un suo cenno di mano s’ era taciuta.
Il principe dunque era nella camera azzurra con un gruppo di cortigiani ai suoi fianchi. Dapprima, mentre parlava, ci fu nel gruppo un leggero movimento innanzi verso l’ intruso, che per un momento fu vicino a loro quasi da toccarli, ed ora con passo sicuro e maestoso si avvicinava sempre più al principe. Ma quel certo terrore indefinibile ispirato a tutta la compagnia dall’audacia insensata dalla maschera fece sì che nessuno osò mettergli le mani addosso; cosicché non trovando nessun ostacolo, passò a due metri dalla persona del principe e mentre l’immensa assemblea, come obbedendo a un sol movimento indietreggiava dal centro della sala verso i muri, continuò la sua strada senza fermarsi, collo stesso passo solenne e misurato che subito da principio l’aveva contraddistinta, andando dalla camera azzurra alla camera rossa — da questa a quella verde — dalla verde all’arancione da quella alla bianca — e poi alla violetta, prima che nessuno avesse fatto un movimento decisivo per fermarla. Tuttavia il principe Prospero esasperato dalla rabbia e la vergogna della sua momentanea debolezza si slanciò precipitosamente traverso alle sei stanze, dove nessuno lo seguì; perché un nuovo terrore si era impadronito di tutti.
Egli brandiva un pugnale e si era avvicinato impetuosamente al fantasma che batteva in ritirata, quando quest’ultimo, arrivato in fondo alla sala dai velluti, si volse bruscamente e fece fronte a quello che lo inseguiva. Un grido acuto si levò, e il pugnale scivolò con un lampeggiamento sul tappeto funereo sul quale il principe Prospero un secondo dopo cadeva, morto.
Allora, chiamando a raccolta il coraggio violento della disperazione, una folla di maschere si precipitò nella sala nera; ma afferrando lo sconosciuto che stava diritto e immobile come una grande statua nell’ombra dell’orologio di ebano, tutti si sentirono soffocati da un terrore indicibile, vedendo che sotto il lenzuolo e la maschera cadaverica che avevano abbrancata con sì violenta energia non si trovava nessuna forma tangibile.
Allora fu riconosciuta la presenza della Morte rossa. Come un ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata positura in cui era caduto soccombendo. E la vita dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la rovina e la Morte rossa distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato.

Traduzione di G. A. Sartini
R. BEMPORAD & FIGLIO
1911