sabato 9 luglio 2011

Le case degli spiriti

di Daniela Pasiphae




"Sai, a volte mi capita di trovarmi in situazioni abbastanza pericolose.."
"Tipo?"
"A volte rischio la vita per colpa di una cosa che amo fare.."
"Ma di che parli? Non capisco.."
"Parlo delle case degli spiriti..."
"Ah! Sì, capisco..."
"Tu non hai mai quell'irresistibile voglia di entrarci?"
"A volte ma sai, cerco di evitare. A volte mi ci avvicino ma poi scappo subito".
"Ma perché?"
"Non so mi fa paura. Anch'io all'inizio provavo ad entrare in quei cunicoli ma ogni volta il gigante di guardia cercava in ogni modo di uccidermi"
"Io ci provai il mio secondo giorno di vita, la prima volta.."
"Ah sì? Io no, ci ho provato alla mia seconda settimana"
"Solo una volta?"
"Sì, ero anche incinta..."
"Ah beh, allora hai fatto bene a non avvicinarti troppo"
"Sì infatti. Zuppi dice sempre che tutti dovremmo andare a porgere il nostro canto agli spiriti, prima di morire. Ma a me mancano ancora cinque giorni quindi faccio in tempo!"
"Cinque? Io solo uno, o due forse.."
"Zuppi dice di avere cinquanta giorni. Zuppi sa tutto, in effetti. Ha cantato alla bocca degli spiriti ogni giorno da quando è nato e non è mai morto. Tu ci credi?"
"Non so ma io ci sono già stata sei volte e stasera andrò per la settima volta e potrebbe essere l'ultima"
"Mi dispiace che tu te ne vada così, senza aver mai fatto figli.."
"A me non dispiace. Mi sono divertita. Ho visto il mondo.."
"Io sono in questa stanza dal primo giorno di vita e ho rischiato la vita tantissime volte. Una volta stavo per morire asfissiata"
"Ah sì, dai fumi dei giganti. Li conosco ma a me piacciono.."
"Come ti piacciono?"
"Non so, mi piacciono quei profumi floreali, sono buoni!"
"A me no, non piacciono affatto e nemmeno ai miei piccoli piacciono.. ..Sai, mi dispiace non rivederti"
"Beh, potresti morire prima tu. Tra pochi istanti potresti essere schiacciata!"
"Anche tu!! Soprattutto quando ti avvicini alle case degli spiriti!"
"Haha ma noooo, no impossibile! I giganti non vedono le porte delle case e spesso, cercando di difenderle, riescono a schiacciarsi da soli e a farsi anche molto male! Hai mai provato a fare arrabbiare un gigante?"
"No no, per carità"
"Dovresti, è molto divertente. Vuoi che ti racconti cosa ho fatto ieri sera con Mimì?"
"Dimmi.."
"Ho aspettato che il gigante si stendesse e spegnesse la luce e poi ho incominciato a cantare a squarcia gola davanti alle grotte degli spiriti, volando velocissima!"
"E poi? Che ha fatto il gigante?"
"Beh all'inizio ha iniziato a tirarsi degli schiaffi e dei pugni perché voleva uccidermi!.."
"Ooooh...e poi?"
"Poi si è svegliato e si è alzato in piedi, allora io e Mimì ci siamo preparati e appena ha acceso la luce ci siamo nascoste sotto il letto! Hahahaha"
"Davvero? E se guardava sotto il letto?"
"No, è impossibile. I giganti sono stupidi! Loro pensano che, siccome voliamo, allora stiamo sempre in alto o alla loro altezza. Il trucco è mettersi in basso, o sotto al letto oppure appoggiati a delle cose scure. Meglio se sono nere"
"Capisco.."

mercoledì 25 maggio 2011

La Coscienza

di Daniela Pasiphae




Di ritorno, un po’ teso e carico per quando avevo osservato, non riuscii ad ignorare, ancora, quelle tre ragazze.
Tre bellissimi angeli – scoperte le grazie – baciarsi ed accarezzarsi.
Una di loro mi fece un cenno. Mi chiamò.
Fluttuava la sua mano, come un moto di flamenco.
Mi avvicinai, come se non avessi scelta.
Una di loro era completamente dedita a me e si prodigava in tutti i modi possibili per farmi andare tra loro. Le altre due a stento si erano accorte di me.
Prima di immergermi tra loro, rimasi così, in piedi, dall’alto, ad osservare quelle fanciulle. Quest’una sempre a guardarmi, le altre due, castane e forse appena più giovani, stese una sull’altra. Osservavo i loro baci appassionati. Le loro mani scivolare lungo quei corpi dalla pelle così soffice al solo sguardo. Il seno appena accennato.
Improvvisamente interruppero la loro attività per coinvolgere anche la fanciulla che non riusciva a staccarmi gli occhi di dosso. Sembrava costei non essere perfettamente d’accordo con la loro decisione. Pareva più interessata ad osservarmi. Tuttavia sorridente, si rilassò e si lasciò pervadere le membra dalle due castane.
Era un supplizio. Una tormenta psichica senza eguali.
Niente e nessuno mi impediva di partecipare a quel privé. A parte il mio buonsenso.
Non serviva a nulla. Sirha non ne sarebbe andata fiera. Jun ne avrebbe sofferto. Non c’era modo che lo sapessero, in effetti, ma la mia coscienza mi spingeva a considerarlo un azzardo. Qualcosa di estremamente perverso e sbagliato.
E fu così che, con lo sguardo perso in quei corpi accaldati, mi interrogai su cosa fosse la mia coscienza.
Ne convenni in pochi minuti che non fosse nient’altro che una parte di cervello dove, fin da piccolo, avevo inciso le innumerevoli limitazioni cui ero stato sottoposto. Se da piccolo avevo imparato a considerare crudele l’eventualità di cibarmi di carne di cane, la mia coscienza da adulto mi diceva che era un qualcosa di aberrante e, quindi, da non fare. Però mi resi conto che la mia coscienza non si era mai preoccupata di dirmi che anche un vitellino sgozzato era pur sempre una vita che se ne andava, al pari di quella del cane. Era pur sempre un corpo che soffriva, tanto quanto un gatto. La mia coscienza era stata addestrata a ritenere il vitello un animale necessario al mio sostentamento e il cane un animale da compagnia che non era adatto a diventare cibo. Un animale fedele ed affettuoso. La mia coscienza non si era mai domandata se anche il vitellino potesse essere altrettanto affettuoso e fedele. Trilly, in fondo, lo era stata. Era come un cane, la povera Trilly. Nessuno l’avrebbe mai mangiata. Ma allora perché i cugini della mucca Trilly sì e lei no? La mia coscienza dov’era quando mio nonno trucidava altri animali per i quali provava meno affetto? La mia coscienza si preoccupava d’altro poiché era stata addestrata a ritenere certe cose giuste e certe altre sbagliate. Alla mia coscienza, fin da piccolo, avevano detto che il sesso era peccato. Che era sporco, che non si poteva fare se non a scopo riproduttivo. Alla mia coscienza era stato insegnato che con i parenti non si poteva avere rapporti. Era stato insegnato che la differenza di età era un limite. Che la masturbazione era peccato. Che gli organi genitali andavano coperti sempre! Come fossero un qualcosa di cui vergognarsi. Come fossero innaturali. Impuri. La mia coscienza temeva le orge perché fin da piccolo mi avevano insegnato che esistono le famiglie dove c’è moglie, marito e figli. E che i figli sono fratelli. E che nessuno di questi esseri viventi può parlare o mostrare alcun tipo di atteggiamento riguardante il sesso in presenza degli altri famigliari. E i rapporti sessuali di gruppo li vedevi solo nel web. Nei siti rossi e neri dove le persone frustrate andavano a vendere il loro corpo.
A scuola nessuno ci insegnava che le civiltà antiche, le più evolute di sempre, non avevano limiti, ad esempio, in tema sessuale. Che solevano accoppiarsi senza porsi domande su chi fosse con precisione il loro partner ma, soprattutto, su che età avesse e quanti individui fossero coinvolti in quel rapporto nello stesso momento. Nessuno ce lo diceva per evitare appunto che facessimo riflessioni indipendenti. Per evitare che la nostra coscienza venisse compromessa.
Cos’era quindi la coscienza se non una parte di cervello iper-condizionato da limitazioni e dogmi inculcati a forza nel periodo della nostra infanzia?
Mi lasciai sfilare di dosso gli abiti e, senza indugio, trascorsi l’ora più bella della mia vita.


Tratto da The Disciples

venerdì 22 aprile 2011

Cosmogonia

di Rocco Bonelli



In principio era il caos.
In quel tempo nè il cielo, nè la terra esistevano e il caos era simile all'uovo di una gallina.
Poi l'uovo si schiuse e dall'uovo nacque Dio, capelli bianchi, barba e niente
uccello.
Gli sforzi di Dio durarono ottocentottantotto mila anni, ogni giorno diventava più alto di due metri, per poter scolpire zone sempre più lontane dal cielo.
Quando Dio morì diede vita ai dettagli del mondo materiale: la sua testa si trasformò nelle montagne, il suo alito divenne il vento, la sua voce il tuono.
Il suo occhio sinistro diventò il sole, l'occhio destro si trasformò nella luna, la sua barba si tramutò nelle stelle, il suo sangue riempì i fiumi, le sue vene costituirono gli strati delle rocce.
Denti e ossa diventarono minerali, il sudore divenne pioggia e i pidocchi e le piattole che infestavano il suo corpo, ingravidati dal vento, mutarono in uomini e donne.



domenica 13 febbraio 2011

Venice

di Daniela Pasiphae




Kabibi non era un nome.
Era più una parola inventata ma per un pesce rosso ci stava a meraviglia. L'altro si chiamava Barone ed era un maschio, in teoria. In pratica nessuno aveva ancora capito come si facesse a stabilire il sesso dei pesci rossi, nonostante fossero un animale molto comune.
Aveva letto da qualche parte che i pesci rossi avevano problemi a vivere in bocce sferiche di vetro in quanto, dal di dentro, si distorceva la visione del mondo esterno e avevano riscontrato gravi danni alla vista di alcune di queste bestiole, nonché labirintismo e altre patologie di stress. Inoltre gli avevano detto che questi animaletti avevano bisogno di un motore che ossigenasse l'acqua per stare bene. E anche un filtro per pulirla, possibilmente.
Aveva comprato tutto ed installato il materiale nel suo studio.
Non si poteva propriamente definire studio.
Non c'erano carte.
Era una specie di dimora.
Ma non c'era la cucina.
Una camera e un bagno, quello che serviva.

Scese in fretta, attraversando la strada affannato, precipitandosi nel fast food di fronte alla strada.
"Avete insalate?" chiese al banconiere.
"Sì signore, si accomodi che le porto il menù"
"Non mi voglio accomodare, ragazzino. Ti ho fatto una domanda, mi hai risposto, ora ti dico io cosa voglio! O no?! Sbaglio o è il cliente ad aver sempre ragione? Non è forse vero, moccioso?"
"Oh sì signore, signore, certo!"
"Allora portami un'insalata mista con pomodorini e mais! - e sta ben attento che non ci caschi dentro nemmeno un filo di quelle stramaledette carote." .. con quel colore ridicolo, pensò.
Allora gli si avvicinò una bimba. Se ne gironzolava per il locale dentro una canotta sporca e con solo un costumino addosso.
"A me l'arancione piace!" disse, snobbandolo quasi. Facendo capolino da dietro la spalla ma rimanendo di spalle rispetto a lui.
Milo nemmeno si voltò a vedere da dove provenisse quella voce. Continuava a tenere lo sguardo fisso sul cameriere per controllare che non infilasse carote nella sua insalata.
"Dovrebbe fare attenzione quando attraversa la strada!".
Niente. Pausa, di pochi secondi.
"Anche a me piacciono le mele, quelle gialle. Come a te!". La piccina si ostinava, dal basso del suo metro di statura, a chiacchierare con quell'uomo che di rassicurante non aveva poi nulla. Non bastasse, nemmeno veniva considerata da costui.
"Milo non è un brutto nome, a me piace!"
L'energumeno si voltò. E non vide nessuno. Seccato, sbuffando visibilmente, abbassò gli occhi a terra e scorse  un funghetto di bimba, con una canotta rossa a pois bianchi. E in mutande.
Scalza, questo va precisato.
"Cosa vuoi ragazzina? Non mi seccare, ho da fare!"
La piccola voltò in fretta l'angolo e tornò a sedersi al suo tavolo.
Milo non la vide poiché stavolta era impegnato ad osservare la sua insalata arrivare. Ma lei sedeva sola e davanti a lei solo un bicchiere, mezzo vuoto. Sul fondo, qualche goccia di frullato. Alla banana. Le piaceva quello.
Terminata la sua insalata, senza degnare i presenti di uno sguardo, camminando a testa bassa, quell'uomo solo, riattraversò la strada di corsa e venne colpito in pieno da una macchina. L'indomani, all'ospedale, venne dimesso in quanto, stranamente, non aveva riportato fratture ma solo qualche contusione.

Si chiamava Alfred il poverino che venne preso per la camicia da Milo.
Era il barista del giorno prima. Quello che gli aveva preparato l'insalata.
In toni poco gentili e sollevandolo di qualche centimetro da terra, Milo gli chiese, con il massimo della cortesia che riusciva ad esprimere, dove fosse la bimba del giorno prima.
"Non so signore, non so. - La prego mi metta giù, la prego!"
Milo lo appoggiò al suolo.
"O mi dici dove posso trovare quella ragazzina oppure sta certo che non potrai continuare a lavorare stasera!"
"Va bene, va bene! Mi lasci, glielo dico!" Le maniere forti, infondo, non tradiscono mai.
Ancora tremante, Alfred sollevò il braccio. La voce mossa, quasi a piangere.
"Tutto quello che so è che arriva sempre da sud, a piedi. Dalla zona desertica. Arriva tutti i giorni intorno alle quattro, sta qui qualche ora, si beve il suo frullato e poi se ne va."
Turbato Milo chiese "Ma paga?"
"No, è quasi un anno ormai che fa così. Il primo giorno, vedendola sola, non le feci pagare nulla e così, da quel giorno, la vedo sempre qui. Si siede sempre lì, allo stesso tavolo e, senza che ordini, le portiamo il suo frullato."
"Ma tutto ciò è ridicolo!" Milo cominciò ad innervosirsi "Mi prendi in giro? Vuoi dirmi che nessuno sa se abbia una madre, una famiglia. Dove viva?"
"Io no!" rispose Alfred, stavolta riassestandosi la camicia in modo deciso, come a dire Ora lasciami in pace!
Lo spinse via, Milo, facendolo quasi cadere. Impugnata la maniglia d'uscita, in alluminio, piantò le unghie e, seccato di dover chiedere per favore, chiese "Per favore, potrei avere un frullato di quelli che piacciono alla piccola? Glielo pago. Me lo metta in una bottiglia, grazie!"
Presa la sua bottiglia uscì da quel locale per non rientrarci più.

Attraversando la strada, stavolta con molta attenzione, corse per alcuni metri. Il locale dove alloggiava era in periferia e dietro a quelle poche case di quel quartiere, la terra lasciava spazio alla steppa semi desertica, solcata da piccole colline di sabbia e terra.
Non dovette attendere poi molto per scorgerla all'ombra, se così si può chiamare, di un arbusto. Poco più in là.
Guardando l'ora vide che era da poco passata l'una.
Mentre si avvicinava, cercava di decidere che tipo di atteggiamento tenere con lei.
"Non la aiuterò" disse la bimba non appena lui fu a pochi metri da lei.
Nonostante avesse appunto immaginato che, anche usando la forza, l'avrebbe costretta a lavorare per lui, non appena si avvicinò a lei il suo intento mutò. Come se qualcuno avesse appena pensato per lui.
Così si inginocchiò, in silenzio, di fianco a lei e cominciò a fissare quello sguardo deciso ed impegnato. Cercava di capire cosa stesse guardando la bimba, così concentrata. Ma non vedeva nulla, lui. Solo sabbia e dune.
"Stai aspettando qualcuno?"
"Non ho genitori, signor Milo. - Milo a me piace. Signor Milo un po' meno. Ti posso chiamare Milo?" Fece lui per rispondere ma lei proseguì "Lo so che preferisci essere chiamato col tuo soprannome ma a me Ronny non piace. Invece Milo mi piace."
Detto ciò tornò a fissare la steppa per diversi minuti, senza proferire parola.
"Ti darò tanti soldi ma ti prego, mi servi". La supplicava seppur, con un gesto, avrebbe potuto mettersela in spalla e portarsela via. Però sapeva che sarebbe stato inutile. Lo sentiva.
La piccola non rispose fino a che non gli disse, un istante prima che lui glielo chiedesse "Ho sei anni e mi chiamo Venice".
Le porse il frullato e, vedendo che non lo accettava, le disse "Prendilo, dai. Tra non molto saranno le quattro, l'ora del frullato".
Ma lei non lo guardò nemmeno.
Dopo qualche istante parlò "Ecco, ora mancano esattamente due ore alle quattro. Perciò se vuoi restare qui, resta in silenzio. Beviti quel frullato e taci. Oppure rapiscimi adesso così ci risparmiamo i convenevoli."
In effetti era l'idea migliore.

Dovette pagare un bel po' di soldi al portiere dell'hotel per portarsi in camera una bambina. E si sentì anche borbottare alle spalle "Che schifo" dalle donne dei piani.
Venice era bella, dentro e anche sotto alla sporcizia.
"Non voglio essere lavata - non voglio il frullato - non riuscirai a farmi niente di male e, infine, non ti aiuterò mai ad uccidere quell'uomo"
"Venice ma io ho bisogno di soldi e mi pagano bene. E tu puoi farmi fare il lavoro in modo sicuro, senza pericoli. E ti potrei dare dei soldi!". Milo credette che nulla di male avrebbe potuto fare alla bimba e così, per questo motivo, nemmeno ci provò con la forza. Si sentiva controllato, dominato. Avere di fronte una bambina che sa cosa pensi e cosa farai prima ancora che tu lo faccia, non è qualcosa di facile consapevolizzazione.
Uscito, tornò con una cesta di mele gialle. Ed un frullato di banana.
"Venice ascolta, io ho due giorni di tempo per fare questo lavoro. O mi aiuti oppure io, a quella gentaglia che mi chiede i soldi, consegnerò te. Il traffico di organi per bambini vale molto più di quello che devo loro!"
La piccola rimase impassibile a scrutarlo, senza giudizio ma solo con tanta e tanta pena.
"Quello che stai dicendo è una cosa che non faresti mai."

"E va bene, è vero!" tuonò "Ma perdio devo trovare un modo di uscirne!"
"Da cosa vuoi uscire, Milo?" chiese lei dolcemente "Da un giro di assassini diventando un assassino?"
Lui cadde in ginocchio, piangendo. Le prese le mani e baciandole, le riempì di lacrime.

"Andiamo a bere il frullato qui di fronte, su! Sono quasi le quattro."

Scesero per mano suscitando l'ira delle signore delle pulizie che, senza troppo regolare il tono, gli dissero di vergognarsi. Aggiunsero anche che avrebbero chiamato la polizia e chissà cos'altro.
Attraversando la strada Milo guardò bene a destra e a sinistra. Prese in braccio la piccola e, guardandola negli occhi, si andò a schiantare addosso ad un passante.
"Oh mi scusi signore, mi perdoni". Sorrise per qualche millesimo di secondo. Il tempo di accorgersi che Venice gli era appena stata strappata di dosso. La teneva in braccio un grosso fratello nero, vestito di una toga sgargiante. Arancione.
Davanti a lui, due uomini di nero vestiti, scrutavano Milo che non comprendeva quanto stesse accadendo.
Indietreggiando di qualche passo, voltandosi per fuggire, finì tra le braccia di un altro signore, vestito di nero. E subito si trovò addosso anche gli altri due e nulla poté se non acconsentire a salire in macchina con loro, debitamente ammanettato.

In auto, davanti a lui, Venice sedeva tra le braccia di quel grosso guardiano in tonaca.
I due si guardavano ma senza parlare.
Milo osservò le loro espressioni del viso mutare ma la bocca sempre chiusa.
Parlò solo uno dei signori in nero. Parlò come noi, usando le lettere che tutti conosciamo.
"Brava Sarah, ottimo lavoro. E' stato più semplice di quanto credessi! Questo era l'ultimo, secondo le mie fonti, dei civili assoldati per far saltare la testa a tuo padre. Adesso per qualche giorno potrai rilassarti!"



mercoledì 9 febbraio 2011

Forgiveness

di Daniela Pasiphae



Era una mattina fredda. I postumi di una notte gelida lasciavano posto a pochi ardui raggi di luce che, a fatica, si ostinavano a voler scaldare quel giorno, ancora addormentato.
Dirigendomi a lunghi passi verso la fermata dell'autobus notai, giungendovi, un ammasso di pelo che sostava in prossimità della tettoia dell'Actv, compagnia locale di trasporto pubblico.
Avvicinandomi mi resi conto che tutto quel mucchio peloso aveva un proprietario che, forse, non si rendeva perfettamente conto che quella giornata splendeva in una meraviglia di raggi vitali e carichi di energia positiva. Una signora, forse sui settanta, infelicemente, si trovava a vivere un'altra giornata di una vita che forse, a guardarla negli occhi, non le aveva donato molto, a parte quella pelliccia, caratterizzata da un pelo ormai stanco, di creature ormai dimenticate da molti anni.
Mi guarda.
Cerco di trattenere un giudizio che, da troppi anni, mi colpisce ogni qual volta realizzo che vi è stata una mancanza di coscienza nei contfronti della Vita.
Mi rendo conto che non provo rabbia ma che inevitabilmente la sto giudicando. E così, come spesso accade, osservo quel mio fastidio ma senza provare odio, neanche per quella povera donna, avvolta nell'inconsapevolezza.
Compassione è il sentimento che va per la maggiore. Va anche un filo di risentimento perché a volte mi risulta davvero arduo non giudicare chi si atteggia portandosi animali morti addosso. Ma poi rifletto e penso che la differenza non è poi molta di chi se li porta nello stomaco.
E' come nascondere la spazzatura anziché lasciarla in bella vista, ma il risultato non cambia.
Arriva l'autobus ed ordinatamente saliamo. Prendo posto e noto che la signora preferisce rimanere in piedi.
Perfidamente, inizio a pensare a tante cose, troppi giudizi. Mi chiedo se non sia per non rovinare la pelliccia che preferisce starsene in piedi. Mi si posiziona davanti. L'autobus si riempie e lei arriva a pochi centimetri dalle mie ginocchia.
La guardo e mi rendo conto che l'espressione è di disprezzo. "Non toccarmi con quella roba morta che ti porti addosso!" penso. E ancora mi immagino di dirle, in tutta pace "Signora a lei piacerebbe se io le mettessi un gatto morto su una spalla?" e vedo lei che, schifata, mi guarda con aria stranita e risponde "Certo che no!" ed io allora concludo "E allora perchè lei mi mette i suoi animali morti addossati alle gambe?".
Chiudo gli occhi e cerco di consapevolizzare. Ascolto qualche nota di Forgiveness di Elisa che ormai mi accompagna quotidianamente.
Apro gli occhi - forgiveness.
Mi metto in pace e sento che il sentimento di risentimento scompare. Prosegue il viaggio senza che questa signora ed i suoi ospiti giustiziati siano motivo di turbamento.
Ma forse l'Universo aveva piacere (o forse era la mia mente combattiva) evidentemente che io mi pronunciassi perché, improvvisamente, l'autista frenò bruscamente, facendo pesantemente spostare tutti i pendolari che sostavano in piedi, col rischio che rovinassero a terra.
Questione di secondi, la signora si riassesta dopo essersi prontamente salvata dal ruzzolone, reggendosi sugli appositi sostegni.
Volta il capo, lo sguardo smarrito ma soddisfatto di avercela fatta, ancora una volta. Di essere rimasta in piedi, nonostante l'età.
Mi guarda, abbozza un sorriso d'ammiccamento, quasi a sembrare buona, e mi apostrofa in tono seccato "Però, come guida questo autista! E' scandaloso!"
Questo che le risposi non venne filtrato dalla Mente perché uscì, con voce cordiale ma pungente, senza che me ne rendessi conto.
"C'è chi guida male e chi si veste di animali morti. Non so cosa sia più scandaloso, sinceramente!"



domenica 30 gennaio 2011

Il passato è passato

di Daniela Pasiphae





Quando pensiamo a momenti passati, a bei ricordi o brutti momenti, a cose accadute prima del momento stesso che stiamo vivendo, di fatto stiamo immaginando qualcosa che non esiste.

Spesso, a seconda di quanto tempo è passato dall'avvenimento che stiamo ricordando, la situazione legata a quel ricordo è già mutata. E dunque, quando ci pensiamo, dobbiamo sapere che stiamo rivivendo una cosa che non esiste.

Per questa ragione sarebbe lo stesso, per chi dotato di fervida immaginazione, inventare da zero nella propria mente una situazione (ad esempio il nostro idolo della tv che ci invita a cena), viverne ogni songola sensazione ad occhi chiusi, provando ad immedesimarsi mente e corpo, e sentirla come vera e realmente accaduta.

Questa proiezione è, di fatto, sullo stesso piano di un ricordo che, anche se esistito nella realtà trascorsa, non è più attuale.

Vi sarà capitato di avere un ricordo nella vostra mente che non sapete se, in realtà, è veramente accaduto o se è stato solo un sogno, un racconto d'infanzia da voi proiettato mentalmente, o una bugia di quando eravate bambini, talmente convincente da sembrarvi reale.

Ecco, ogni volta che noi pensiamo ad un tempo trascorso, a qualcosa che non sia quello che stiamo vivendo in quel preciso momento in cui stiamo esistendo, attuiamo lo stesso meccanismo di quando immaginavamo, da bambini, cose che non erano mai accadute, raccontandole a tutti come reali e finendo per crederci.

Per la stessa ragione, e senza troppe spiegazioni, lo stesso vale per i pensieri proiettati nel futuro.



venerdì 7 gennaio 2011

Il bello della coppia

di Fabio Volo


“E cosa c’è di bello nella coppia scusa?”
“La complicità, il senso di appartenenza. A me, per esempio, piace conoscere una persona a memoria”
“Come ti piace conoscere una persona a memoria? E la routine? La monotonia? Che cos’hanno de bello?”
“No, non parlo di routine o monotonia, ma di sapere a memoria una persona. Non so come spiegartelo, è come quando studi le poesie a scuola, in quel senso intendo a memoria”
“Questa non l’ho capita”
“Ma si dai, come una poesia. Sai come si dice in inglese studiare a memoria? By heart, col cuore. Anche in francese si dice par coeur… ecco, in questo senso intendo. Conoscere una persona a memoria, significa, come quando ripeti una poesia, prendere anche un po’ di quel ritmo che le appartiene. Una poesia, come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi, farsi penetrare dal suo ritmo. Ecco, questo mi piace. Mi piace stare con una persona intimamente perché vuol dire correre il rischio di diventare leggermente diversi da se stessi. Alterarsi un po’. Perché non è essere se stessi che mi affascina in un rapporto a due, ma avere il coraggio di essere anche altro da sé. Che poi è quel te stesso che non conoscerai mai. A me piace amare una persona e conoscerla a memoria come una poesia, perché come una poesia non la si può comprendere mai fino in fondo. Infatti ho capito che amando non conoscerai altro che te stesso.